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martedì 26 agosto 2014

I "terroristi" aiutano gli Stati Uniti nella battaglia contro l'ISIS in Iraq

Washington ha acquistato uno sgradito alleato nella sua battaglia contro l'ISIS in Iraq - un gruppo di combattenti formalmente classificati come terroristi.
Il fuorilegge Partito dei Lavoratori Curdi (PKK), condannato per la sua tri-decennale ribellione contro lo Stato turco, sostiene di aver giocato un ruolo decisivo nello spuntare il movimento dei militanti ISIS verso l'Iraq, che hanno innescato i bombardamenti USA per fermare la loro avanzata.
"Questa guerra continuerà fino a quando elimineremo l'ISIS" dice Rojhat, un combattente PKK, da un letto di ospedale in Arbil, la capitale della regione curda in Iraq. 
Il coinvolgimento del PKK ha conseguenze non solo per i rivali delle fazioni curde, che hanno fallito nel fermare l'avanzata ISIS, ma anche per la Turchia e la comunità internazionale, che sono pressate dal PKK per rimuovere l'etichetta di terroristi.
Rojhat, 33 anni, è stato ferito per la terza volta, dall'ISIS, nella battaglia per la riconquista nell'Iraq settentrionale della città di Makhmur dopo che i militanti - ritenuti troppo estremisti anche da Al-Qaeda -  hanno incontrato sulla loro strada le vantate milizie curde peshmerga. 
Le prime due volte stava combattendo contro le forze turche, parte di un conflitto che ha ucciso 40mila persone dall'inizio, nel 1984, con la richiesta dell'indipendenza dalla Turchia, fino alla tregua di marzo 2013.
Il suo ruolo evidenzia la sfida che il PKK rappresenta per Ankara, che ancora li vede come terroristi ma si sente seriamente minacciata dall'ISIS che ha sequestrato dozzine di suoi cittadini e decapitato un ostaggio americano questa settimana.
Grazie a Rojhat e ai suoi compagni d'armi, i residenti di Makhmur che fuggivano in preda al terrore in un attacco che minacciava Arbil, distante 60 km, sono ora ritornati per valutare i danni.
Hanno già provveduto a cancellare graffiti che recitavano: "L'ISIS è qui per restare".
"Non si tratta solo di Makhmur, si tratta di tutto il Kurdistan" dice il comandante PKK Sadiq Goyi, seduto sotto un poster del leader incarcerato Abdullah Ocalan, riferendosi al territorio abitato dai curdi in Iran e in Siria, così come in Turchia e in Iraq.
"L'ISIS è un pericolo per tutti, noi lo combatteremo ovunque"
Un gruppo armato fratello del PKK - Unità di Difesa del Popolo (YPG) - si è ritagliato una zona autonoma nella Siria nordorientale e ha evacuato migliaia di Yazidi bloccati su una montagna con poca acqua e poco cibo.
"Il PKK è il nostro eroe" dice il 26enne Hussein, uno dei centinaia di Yazidi addestrati dai combattenti YPG nei campi in Siria allo scopo di combattere l'ISIS.
I comandanti PKK ritengono che la guerriglia abbia spostato la linea del fronte anche nelle città di Kirkuk e Jalawla.
Hanno rifiutato di dare numeri e i feroci combattimenti rendono le loro dichiarazioni difficili da verificare. 


GUERRA PSICOLOGICA



Le forze di sicurezza turche cominciarono negli anni '90 a sgomberare i villaggi sospettati di simpatizzare per il PKK, deportando migliaia di curdi, alcuni dei quali fuggivano dall'Iraq e si accampavano a Makhmur, recentemente diventata base della guerriglia PKK.

La parola "Apo", soprannome di Ocalan, è scarabocchiata sui muri attorno al campo, che ospitava più di 10mila persone fino all'incursione ISIS.
Una coppia solitaria di calze ciondola da un filo della biancheria e grappoli di uva non raccolti cominciano ad avvizzire sulla vite. Si può sentire il rumore sordo dell'artiglieria dalla nuova linea del fronte con lo Stato islamico, distante diversi chilometri.
L'ondata dei militanti ISIS verso il Kurdistan ha distrutto l'aura di invincibilità che circondava i guerrieri peshmerga della regione, che non combattevano da diversi anni e in definitiva non si sono dimostrati all'altezza dei guerrieri armati con armi saccheggiate dall'esercito iracheno.
Tuttavia i comandanti PKK ritengono che l'arma principale dei miliziani ISIS sia la paura: "Intraprendono una guerra psicologica" dice Goyi "lo Stato islamico non è così forte come crede di essere".
Il ritrovato ruolo del PKK può rivelarsi più preoccupante per il suo storico rivale: il Partito Democratico Curdo (KDP). Hanno rivaleggiato a lungo per la guida della comunità curda lungo i confini con Siria, Iraq, Turchia e Iran.
Con le forze curde di tutti e 4 i Paesi che combattono insieme per la prima volta, per ora almeno, la guerriglia PKK e peshmerga sta fianco a fianco nei checkpoints della strada per Makhmur. 
Ma le tensioni non sono molto al di sotto della superficie.
Un ufficiale anziano del KDP ritiene che il coinvolgimento del PKK scoraggerà la comunità internazionale a fornire armi avanzate da contrapporre all'arsenale ISIS.  "Non abbiamo bisogno di loro"dice del PKK, accusandolo di cercare di screditare il KDP.
Il guerrigliero ferito Rojhat ritiene il PKK più organizzato e disciplinato dei peshmerga, e la loro tattica più adatta a combattere gli ISIS, anche senza il supporto militare che gli iracheni curdi stanno cercando.
"In questo modo abbiamo combattuto l'esercito turco per anni" dice Rojhat "la guerra è un atto di fede"


NON C'E' BISOGNO DI PANICO



Ankara ha fatto un piccolo commento sull'ultimo conflitto in Iraq, in replica alle accuse, dove nega fermamente che il suo supporto agli oppositori sunniti del Presidente siriano Assad abbia aiutato l'ISIS a crescere e a temere per le dozzine di suoi cittadini che i miliziani hanno catturato.

Ma i funzionari turchi minimizzano la preoccupazione che il PKK  possa essere incoraggiato dal suo ruolo in Iraq, verso una coinvolgente agitazione in Turchia, e vede la lotta contro lo Stato islamico come una questione separata dallo scontro con Ankara per la difesa dei diritti dei curdi.
"In Iraq c'è una crisi e il PKK è impegnato lì in questa lotta contro l'ISIS insieme ad altri elementi" dice a Reuters un vecchio funzionario del governo turco, aggiungendo che non ritiene permanente il loro impiego.
"Non c'è paura di una divisione della Turchia o di una unificazione dei curdi al di là dei nostri confini. Fino a quando non ci sarà una richiesta espressa dal PKK in Turchia tramite un conflitto armato o violenza, non c'è bisogno di panico" dice il funzionario turco, facendo richiesta di anonimato per potersi esprimere più liberamente.  
Il vice Primo Ministro turco Besir Atalay ha detto che questa settimana il governo turco terrà colloqui diretti con i guerriglieri, il cui leader Ocalan è incarcerato nell'isola del Mar di Marmara. Proporrà un piano che prevede il disarmo e la reintegrazione dei combattenti nella società turca.
Il PKK vede il vecchio e il nuovo nemico molto vicini tra loro, e accusa la Turchia di finanziare e inviare islamisti per combattere i Curdi in Siria, accuse che Ankara respinge.
Ma ha ritirato la sua richiesta di uno Stato indipendente nella Turchia sud-orientale in cambia di una devoluzione di potere in ognuno dei 4 Paesi nei quali i Curdi sono divisi.
Un diplomatico europeo ad Ankara dice che il PKK vede le sue azioni in Iraq, in particolare il suo aiuto nella protezione dei membri della comunità yazida, come un contributo per una spinta diplomatica che persuada l'Unione Europea a rimuoverlo dalla lista dei gruppi terroristi.
"E' davvero paradossale che un'organizzazione proscritta come gruppo terrorista dall'UE mostri di aver avuto un ruolo significativo (contro lo Stato islamico)" dice il diplomatico.
"Stanno sfidando la base giuridica su cui l'UE li ha proscritti in prima istanza. Vedono tutto ciò che è successo nei giorni scorsi come acqua al  loro mulino"
L'UE, ad ogni modo, molto improbabilmente farebbe qualsiasi passo senza un accordo con la Turchia, dice il funzionario.
"I Turchi saranno fortemente contrari. Non siamo in una fase in cui la Turchia sia disposta a prendere in considerazione qualcosa di simile, assolutamente no"


Isabel Coels (Reuters)

http://www.reuters.com/article/2014/08/21/us-iraq-security-pkk-insight-idUSKBN0GL1H420140821

giovedì 9 maggio 2013

Buon Compleanno Europa!


Nell'anniversario della Dichiarazione Schuman, voglio pubblicare il discorso di premiazione del nobel per la pace 2012 all'Unione Europa. In esso ci sono le conquiste di mezzo secolo e una linea per il futuro.
PS "chi non conosce la storia, è condannato a riviverla."



Maestà, Altezze Reali, Capi di Stato, Capi di Governo, Eccellenze, signore e signori,
Onorevoli Presidenti dell'Unione europea,
In un momento in cui l'Europa sta affrontando grandi difficoltà, il Comitato norvegese per il Nobel desidera richiamare alla mente ciò che significa l'Unione europea per la pace.
Dopo le due guerre mondiali del secolo scorso, il mondo ha dovuto allontanarsi dal nazionalismo e muoversi nella direzione della cooperazione internazionale. Si sono formate le Nazioni Unite. È stata adottata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Per l'Europa, luogo in cui erano scoppiate entrambe le guerre mondiali, il nuovo internazionalismo doveva essere un impegno vincolante. Doveva costruirsi su diritti umani, democrazia, e su principi applicabili dello Stato di diritto. E sulla cooperazione economica volta a mettere alla pari i paesi partner nel mercato europeo. Con questi mezzi i paesi sarebbero stati legati insieme in modo da rendere impossibile nuove guerre.
La comunità del carbone e dell'acciaio del 1951 ha segnato l'inizio di un processo di riconciliazione che ha continuato fino ai nostri giorni. Cominciando in Europa occidentale, il processo è proseguito superando il divario est-ovest con la caduta del muro di Berlino, e ha attualmente raggiunto i Balcani, dove ci furono guerre sanguinose meno di 15 o 20 anni fa.
L'UE ha sempre rappresentato una forza motrice centrale in questi processi di riconciliazione.
Infatti l'UE ha contribuito a realizzare sia la "fraternità tra le nazioni" e la "promozione della pace congressi" di cui Alfred Nobel scrisse nel suo testamento.
Il Premio Nobel per la Pace è quindi sia meritato che necessario. Offriamo le nostre congratulazioni.
Alla luce della crisi finanziaria che sta colpendo tante persone innocenti, possiamo vedere che il quadro politico in cui è radicata l'Unione è oggi più importante che mai. Dobbiamo stare insieme. Noi abbiamo una responsabilità collettiva. Senza questa cooperazione europea, il risultato potrebbe facilmente essere stato nuovo protezionismo, nuovo nazionalismo, con il rischio che il terreno guadagnato andrebbe perduto.
Sappiamo dagli anni tra le due guerre, che questo è ciò che può accadere quando la gente comune è costretta a pagare le bollette per una crisi finanziaria innescata da altri. Ma ora come allora la soluzione non è agire per conto proprio, a spese degli altri. Né dare la colpa alle minoranze vulnerabili.
Questo ci porterebbe nelle trappole del passato.
L'Europa ha bisogno di andare avanti.
Salvaguardare ciò che è stato guadagnato.
E di migliorare ciò che è stato creato, che ci permette di risolvere i problemi che minacciano la comunità europea di oggi.
Questo è l'unico modo per risolvere i problemi creati dalla crisi finanziaria, a beneficio di tutti.
Nel 1926, il Comitato norvegese per il Nobel ha assegnato il premio per la pace ai ministri degli Esteri di Francia e Germania, Aristide Briand e Gustav Stresemann, e l'anno seguente per Ferdinand Buisson e Ludwig Quidde, per i loro sforzi volti a far progredire la riconciliazione franco-tedesca.
Nel 1930 la riconciliazione degenerò in conflitto e in guerra.
Dopo la seconda guerra mondiale, la riconciliazione tra la Germania e la Francia ha posto le fondamenta per l'integrazione europea. I due paesi hanno intrapreso tre guerre nel giro di 70 anni: la guerra franco-prussiana nel 1870-71, poi la Prima e la Seconda Guerra Mondiale.
Nei primi anni dopo il 1945, era molto forte la tentazione di continuare sulla stessa traccia, sottolineando la vendetta e il conflitto. Poi, il 9 maggio 1950, il ministro degli Esteri francese Robert Schuman ha presentato il piano per una comunità del carbone e dell'acciaio.
I governi di Parigi e Bonn decisero di impostare la storia su un percorso completamente diverso, ponendo la produzione del carbone e dell'acciaio sotto un'autorità comune. Gli elementi principali della produzione di armamenti andarono così a formare le travi di una struttura per la pace. La cooperazione economica avrebbe da lì in poi evitare nuove guerre e conflitti in Europa, come Schuman mise in evidenza nel discorso del 9 maggio: "La solidarietà di produzione in tal modo realizzata farà si che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile ".
La riconciliazione tra la Germania e la Francia è probabilmente l'esempio più drammatico della storia per dimostrare che la guerra e il conflitto può essere trasformato così rapidamente in pace e cooperazione.

La presenza qui oggi del cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese François Hollande rende questa giornata particolarmente simbolica.
Il passo successivo, dopo la comunità del carbone e dell'acciaio, è stata la firma del Trattato di Roma il 25 marzo 1957. Le quattro libertà furono allora stabilite. I confini dovevano essere aperti, e l'intera economia, non solo l'industria del carbone e dell'acciaio, doveva essere tessuta in un tutto. I sei capi di Stato, di Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo,  scrissero che "nel mettere insieme le loro risorse,  per rafforzare la pace e la libertà, e facendo appello agli altri popoli d'Europa, che, animati dallo stesso ideale, si associno al loro sforzo, hanno deciso di creare una Comunità economica europea ... ".
Nel 1973, la Gran Bretagna, l'Irlanda e la Danimarca hanno deciso di rispondere a questa chiamata.

La Grecia è entrata nel 1981, e la Spagna e il Portogallo nel 1986. L'adesione alla CEE e UE è un diritto di tutti i paesi europei, "il cui sistema di governo è fondato sui principi della democrazia" e che accettano le condizioni di adesione. L'appartenenza consolidò la democrazia in questi paesi, anche attraverso i regimi di sostegno generoso di cui la Grecia, il Portogallo e la Spagna hanno potuto beneficiare.

Il successivo passo in avanti fu la caduta del muro di Berlino nel corso di un anno e mezzo miracoloso, nel 1989. Si aprirono poi opportunità di adesione per i paesi neutrali Svezia, Finlandia e Austria.

Ma le nuove democrazie, troppo nuove, volevano diventare parti dell'Occidente, militarmente, economicamente e culturalmente. In tale contesto, l'adesione alla UE è diventato un obiettivo di per sé evidente. Un mezzo, che consentì la transizione verso la democrazia nel modo più indolore possibile. Se fossero stati lasciati a se stessi, nessuno può essere certo di come sarebbero andate le cose.

La storia lo insegna: la libertà ha un prezzo.

La differenza è molto marcata tra ciò che è accaduto dopo la caduta del muro di Berlino e quello che sta avvenendo nei paesi del mondo arabo. I paesi dell'Europa orientale sono stati rapidamente in grado di partecipare a una comunità europea di valori, di unirsi a un grande mercato, e di beneficiare di un sostegno economico. Le nuove democrazie in prossimità dell'Europa hanno un rifugio sicuro. In altri luoghi la transizione verso la democrazia sembra anche essere lunga e dolorosa e ha già scatenato guerre e conflitti.

In Europa, la divisione tra est e ovest è stato superata in modo più rapido di quanto chiunque avrebbe potuto prevedere. La democrazia è stata rafforzata in una regione dove le tradizioni democratiche sono state molto limitate; le molte dispute su etnia e nazionalità, che aveva tanto turbato la regione sono stati in gran parte risolte.
Mikhail Gorbaciov ha creato le condizioni esterne per l'emancipazione dell'Europa orientale, e i leader nazionali come Lech Walesa hanno preso le necessarie iniziative locali. Sia Walesa che Gorbaciov hanno ricevuto i loro meritati premi per la pace.

Ora finalmente è il turno della UE. Gli eventi, durante i mesi e gli anni successivi alla caduta del muro di Berlino, possono essere pari al più grande atto di solidarietà mai esistito sul continente europeo.

Questo sforzo collettivo non poteva avvenire senza il peso politico ed economico dell'Unione europea alle spalle.

In questo giorno dobbiamo anche rendere omaggio alla Repubblica federale di Germania e al suo cancelliere Helmut Kohl per l'assunzione di responsabilità e per aver accettato gli enormi costi per conto degli abitanti della Repubblica federale quando la Germania orientale è stata inclusa praticamente durante la notte in una Germania unita.

Non tutto è stato ancora risolto, però. Con la caduta del comunismo, un vecchio problema è ritornato: i Balcani. Il governo autoritario di Tito aveva tenuto a freno i molti conflitti etnici. Quando quel coperchio è stato sollevato, conflitti violenti, che credevamo non avremmo mai più rivisto in un'Europa libera, divamparono nuovamente

Cinque sono state le guerre combattute nel giro di pochi anni. Non dimenticheremo mai Srebrenica, dove 8.000 musulmani sono stati massacrati in un solo giorno.
Ora, però, l'UE sta cercando di gettare le basi per la pace anche nei Balcani. La Slovenia è entrata nell'UE nel 2004. La Croazia diventerà membro nel 2013. Il Montenegro ha avviato i negoziati di adesione, e la Serbia e l'ex Repubblica iugoslava di Macedonia hanno ottenuto lo status di candidato.

I Balcani sono stati e sono una regione complicata. Conflitti irrisolti rimangono. Basti ricordare che lo status del Kosovo non è ancora definitivamente risolto. La Bosnia-Erzegovina è uno stato che a malapena funziona a causa del veto che i tre gruppi di popolazione hanno diritto di esercitare uno contro l'altro.

La soluzione fondamentale è quella di estendere il processo di integrazione che è stato applicato nel resto d'Europa. I confini diventano il meno assoluto; a qualunque gruppo di popolazione si appartenga, ciò non determina alcuna sicurezza.

L'UE deve pertanto svolgere un ruolo principale anche qui: realizzare non solo un armistizio, ma la pace vera.

Per diversi decenni la Turchia e l'UE hanno discusso delle loro relazioni Dopo che il nuovo governo, guidato dal partito AKP, ha ottenuto una maggioranza parlamentare chiara, l'obiettivo di adesione all'Unione europea ha fornito una linea guida per il processo di riforma in Turchia. Non ci può essere alcun dubbio che ciò abbia contribuito a rafforzare lo sviluppo della democrazia. Di ciò ne beneficia l'Europa, ma il successo in questo senso è importante anche per gli sviluppi in Medio Oriente.

Il Comitato norvegese per il Nobel ha più volte presentato il premio per la pace a paladini dei diritti umani. Ora il premio sta per un'organizzazione di cui non si può diventare un membro senza prima aver adeguato la tutta la propria legislazione alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

Ma i diritti umani in quanto tali non sono sufficienti. Possiamo vederlo in quei paesi che stanno subendo gravi disordini sociali a causa di politiche fuori luogo, dove la corruzione e l'evasione fiscale hanno portato via denaro versato in buchi neri.

Questo porta, comprensibilmente a delle proteste. Le manifestazioni sono parte della democrazia. Il compito della politica è quello di trasformare la protesta in azione politica concreta.

La via d'uscita alle difficoltà non è quello di smantellare le istituzioni europee.

Abbiamo bisogno di mantenere la solidarietà lungo le frontiere, come l'Unione fa cancellando i debiti e l'adozione di concrete misure di sostegno, e formulando il quadro del settore finanziario da cui tutti dipendiamo. Operatori inaffidabili devono essere rimossi. Queste sono condizioni necessarie perché i cittadini possano ancora credere  nei compromessi e nella moderazione che l'Unione ora chiede loro.

Maestà, Altezze Reali, capi di governo e capi di stato, signore e signori, Onorevoli Presidenti dell'Unione europea,

Jean Monnet ha detto che "nulla può essere raggiunto senza il sostegno la gente, ma niente diventa permanente senza le istituzioni".

Noi non siamo qui riuniti oggi nella convinzione che l'Unione europea sia perfetto. Siamo riuniti nella convinzione che qui in Europa, dobbiamo risolvere i nostri problemi insieme. A tal fine abbiamo bisogno di istituzioni che possano realizzare i compromessi necessari. Abbiamo bisogno di istituzioni che garantiscano agli Stati-nazione e agli individui di esercitare l'autocontrollo e la moderazione. In un mondo di tanti pericoli, il compromesso, l'autocontrollo e la moderazione sono le principali esigenze del 21 ° secolo.

80 milioni di persone hanno dovuto pagare il prezzo per l'esercizio di estremismo.

Insieme dobbiamo fare in modo che non perdiamo quello che abbiamo costruito sulle rovine di due guerre mondiali.

Ciò che questo continente ha raggiunto è veramente fantastico, da essere un continente di guerra per diventare un continente di pace. In questo processo l'Unione europea si è mostrato molto lungimirante. Merita perciò il Premio Nobel per la Pace.

Gli affreschi sulle pareti qui nel Municipio di Oslo sono ispirate dagli affreschi di Ambrogio Lorenzetti del 1300 in nel municipio di Siena, denominata "Allegoria degli effetti del buon governo". L'affresco mostra una città medievale vivente, con i cancelli nel muro aperti a persone grintose che portano ciò che hanno raccolto nei campi. Ma Lorenzetti dipinse un altro quadro: "Allegoria degli effetti del cattivo governo". Essa mostra Siena nel caos, chiuso e devastato dalla peste, distrutta da una lotta per il potere e la guerra.

Le due immagini hanno lo scopo di ricordarci che spetta a noi stessi voler vivere in circostanze ben ordinate.

Possa il buon governo vincere in Europa. Siamo destinati a vivere insieme su questo continente.
Vivere insieme
Vivre ensemble
Zusammenleben
Convivenza Birlikte
Yasamak
Git'vemeste
Leve sammen

Congratulazioni per l'Europa. Alla fine abbiamo deciso di vivere insieme.
Possano altri continenti seguire.

Grazie per la vostra attenzione.