Anche il Comune di Quartu Sant'Elena partecipa alla Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, attraverso una campagna di comunicazione che comprende iniziative ed eventi pubblici per sensibilizzare i cittadini all'uso di mezzi ecologicamente sostenibili.
Lodevole iniziativa, per carità. Rimane fondamentale coinvolgere i cittadini e fargli sentire propria una battaglia per il risparmio energetico e la tutela ambientale. Ma mentre il Comune di Settimo si prepara a inaugurare il prossimo 30 settembre la linea di Metropolitana che offrirà ai suoi cittadini un veloce collegamento con Monserrato, e quindi anche Cagliari e a breve anche il Policlinico; mentre Cagliari investe in maniera decisa sulle piste ciclabili; c'è da chiedersi cosa ha fatto in questi anni l'Amministrazione di Quartu Sant'Elena su trasporti pubblici, ciclabilità e pedonalizzazione.
TRASPORTI PUBBLICI
Sulla Metropolitana non si è fatto alcun passo avanti. Il progetto regionale prevede una Linea Verde di 13 Km che colleghi Pitz'e Serra con la stazione di San Gottardo di Monserrato e una Linea Azzurra di 8 Km che colleghi sempre Pitz'e Serra con il Poetto. Sono previste ulteriori linee che colleghino la città con Selargius e Quartucciu. In questi anni di Amministrazione congiunta del centro-destra alla Regione e al Comune non abbiamo visto nulla in questa direzione. Abbiamo assistito a semplici dichiarazioni di intenti, a scambi di accuse per nascondere una immobilità evidente. Non si è mai avuta l'impressione che questa Amministrazione e la Regione avessero davvero a cuore la realizzazione delle linee metro.
Sul fronte autobus è stata istituita una nuova linea estiva gratuita che porta i 'quartesi e non' in spiaggia. Una linea di cui si può usufruire dopo registrazione presso il Comune e che serve sostanzialmente a giustificare un piano della sosta esoso nei confronti dei bagnanti
CICLABILITA'
Uno dei primi atti di questa Giunta è stato eliminare la pista ciclabile in via San Benedetto e poi promettere investimenti. A oggi esiste una postazione di bike-sharing all'ingresso del Parco di Molentargius ancora inattiva. Nessun chilometro ciclabile è stato realizzato in questi anni. Eppure i fondi esistono. Due finanziamenti europei, per un totale di un milione di euro, sono da tempo in cantiere per realizzare nuove piste. Fino a poco tempo fa sono stati tenuti fermi, forse perché, a pensar male, si pensava di utilizzarli per altro (vedi vicenda stadio). Riusciremo a vedere qualcosa in questo anno di campagna elettorale? Benvenga, ma non servirà a coprire le mancanze di questa Giunta.
PEDONALIZZAZIONE
Su questo non mi sento di attribuire responsabilità a questa Giunta, ma a partiti, associazioni e commercianti che non hanno saputo creare un clima favorevole all'estensione di aree pedonabili nel centro abitato. Se penso a una via del commercio, penso a Via dei Condotti a Roma o Via della Spiga a Milano, o - per rimane in casa nostra - a Via Garibaldi a Cagliari o all'estiva Via del Mare a Villasimius. Qui invece pensiamo che una chiusura possa danneggiare le attività commerciali, mentre nelle realtà suddette ne traggono notevoli benefici. Forse è il caso di fare tutti insieme una riflessione a proposito e realizzare a Quartu una vera via del commercio che sia in grado di competere con i centri commerciali. Una strada ovviamente chiusa al traffico.
mercoledì 17 settembre 2014
mercoledì 10 settembre 2014
Quali temi e quale segretario per il PD Sardegna
Si appresta a conclusione il lungo e largo percorso de La Traversata della Sardegna. A due mesi dalla primarie che eleggeranno la/il nuova/o segretaria/o e il nuovo gruppo dirigente del Partito Democratico Sardo è l’unico processo aperto e partecipato di cui si abbia conoscenza. Sarà proprio per questo motivo che ha contenuti fortemente innovativi, e fino a ora gli unici di questo imminente Congresso. A dimostrazione che La Traversata ha cercato prima di tutto di produrli – i contenuti – e di renderli noti, mettendo in secondo piano l’incarnazione di donne e uomini che li dovranno portare a compimento.
La Traversata si è concentrata sull’organizzazione del partito, producendo argomenti forti che mettono in discussione anche il rapporto con il partito nazionale. Si richiede un rinnovamento dell’ordinamento interno con l’abolizione della direzione regionale e la conservazione dell’assemblea, eletta dai cittadini con le primarie e unico organo decisionale del partito. Si risolverebbe così una questione controversa e ipocrita che ha visto sino a oggi l’elezione diretta di un’assemblea che di fatto non ha nessun ruolo, in quanto nella pratica gli viene sistematicamente scippato da una direzione nominata dai leader di riferimento.
A fianco di essa si richiede l’istituzione di una assemblea regionale dei segretari di circolo, che abbia un forte ruolo organizzativo e di coordinamento. Suo compito sarà di facilitare il coordinamento durante le campagne elettorali e di territorializzare i dibattiti di larga scala: regionale, nazionale ed europeo. Quando il partito avrà bisogno di avere un resoconto sullo stato d’animo dei territori, non si affiderà ai sondaggi, ma proporrà un dibattito capillare attraverso i suoi circoli.
Altra questione importante è il rapporto dei giovani e della giovanile con il partito. L’avvicinamento dei giovani è assolutamente necessario e la giovanile può costituire il primo passo, ma non deve diventare una parcheggio o una riserva indiana, né uno strumento per la creazione di poltrone e/o carriere. I giovani devono dedicare la loro attività e il loro impegno a ciò che avviene nel partito e occuparsi da subito – dopo un veloce apprendistato – delle questioni dei “grandi”. Per questo motivo si intende escludere le quote di riserva della giovanile dagli organismi del partito. Un giovane che voglia assumere ruoli dirigenti lo dovrà fare con una candidatura diretta. Sarà possibile iscriversi al partito a costi ridotti per soli 5 anni e comunque fino a massimo 25 anni. Gramsci, Lussu e Gobetti non ebbero bisogno di nessuna giovanile per emergere nello scenario politico e diventare protagonisti della storia del nostro Paese. Il coraggio e la sfrontatezza dei giovani – oggi come allora – devono diventare un fattore modernizzante della nostra società e non essere relegato in un baby-parking.
Tanti altri sono gli argomenti innovativi de La Traversata e per questo motivo non possono essere rappresentati da chi ha guidato il partito sino a oggi.
I risultati delle ultime regionali parlano chiaro. Il PD è riuscito a perdere consenso elettorale rispetto al 2009, nonostante stavolta si sia vinta la contesa e allora invece no. Si potrebbe giustificare questa flessione con l’astensione elettorale, ma il passo indietro non si è registrato solo nel numero assoluto di voti, ma anche in numero percentuale. Il PD è passato dai 204mila voti del 2009 ai 150mila del 2014, e – nonostante una percentuale complessiva di votanti scesa dal 67 al 52 per cento – la sua percentuale è scesa del 24,73% al 22,06%. Questi sono i dati che mostrano le difficoltà del PD di farsi interprete delle istanze dei sardi. Il contributo determinante dei partiti sovranisti, il risultato lusinghiero di Sardegna Possibile, mostrano l’esigenza di un Partito Democratico Sardo che sia realmente autonomo e capace di affiancare questa Giunta e questa maggioranza nelle contese con il governo nazionale dei prossimi anni.
Queste istanze richiedono una guida a tempo pieno ed una netta separazione tra ruoli politici e ruoli di governo. Il Presidente Pigliaru e la nostra esperienza di governo hanno bisogno di un Partito Democratico capace di supportarne l’operato, di incalzarla e di fare elaborazione, capace – in un ottica di governo di lungo periodo – di disegnare la Sardegna del futuro.
Una guida capace di tenere insieme la variegata maggioranza che sostiene un Presidente che il PD ha voluto e che gli ha garantito un’insperata resurrezione. Una candidatura che abbia anche il proposito di modificare gli assetti e l’organizzazione del partito in modo da farsi interprete di istanze che avanzano nella società sarda e di creare una rinnovata classe dirigente in grado di proporsi con credibilità agli elettori.
martedì 26 agosto 2014
I "terroristi" aiutano gli Stati Uniti nella battaglia contro l'ISIS in Iraq
Washington ha acquistato uno sgradito alleato nella sua battaglia contro l'ISIS in Iraq - un gruppo di combattenti formalmente classificati come terroristi.
Il fuorilegge Partito dei Lavoratori Curdi (PKK), condannato per la sua tri-decennale ribellione contro lo Stato turco, sostiene di aver giocato un ruolo decisivo nello spuntare il movimento dei militanti ISIS verso l'Iraq, che hanno innescato i bombardamenti USA per fermare la loro avanzata.
"Questa guerra continuerà fino a quando elimineremo l'ISIS" dice Rojhat, un combattente PKK, da un letto di ospedale in Arbil, la capitale della regione curda in Iraq.
Il coinvolgimento del PKK ha conseguenze non solo per i rivali delle fazioni curde, che hanno fallito nel fermare l'avanzata ISIS, ma anche per la Turchia e la comunità internazionale, che sono pressate dal PKK per rimuovere l'etichetta di terroristi.
Rojhat, 33 anni, è stato ferito per la terza volta, dall'ISIS, nella battaglia per la riconquista nell'Iraq settentrionale della città di Makhmur dopo che i militanti - ritenuti troppo estremisti anche da Al-Qaeda - hanno incontrato sulla loro strada le vantate milizie curde peshmerga.
Le prime due volte stava combattendo contro le forze turche, parte di un conflitto che ha ucciso 40mila persone dall'inizio, nel 1984, con la richiesta dell'indipendenza dalla Turchia, fino alla tregua di marzo 2013.
Il suo ruolo evidenzia la sfida che il PKK rappresenta per Ankara, che ancora li vede come terroristi ma si sente seriamente minacciata dall'ISIS che ha sequestrato dozzine di suoi cittadini e decapitato un ostaggio americano questa settimana.
Grazie a Rojhat e ai suoi compagni d'armi, i residenti di Makhmur che fuggivano in preda al terrore in un attacco che minacciava Arbil, distante 60 km, sono ora ritornati per valutare i danni.
Hanno già provveduto a cancellare graffiti che recitavano: "L'ISIS è qui per restare".
"Non si tratta solo di Makhmur, si tratta di tutto il Kurdistan" dice il comandante PKK Sadiq Goyi, seduto sotto un poster del leader incarcerato Abdullah Ocalan, riferendosi al territorio abitato dai curdi in Iran e in Siria, così come in Turchia e in Iraq.
"L'ISIS è un pericolo per tutti, noi lo combatteremo ovunque"
Un gruppo armato fratello del PKK - Unità di Difesa del Popolo (YPG) - si è ritagliato una zona autonoma nella Siria nordorientale e ha evacuato migliaia di Yazidi bloccati su una montagna con poca acqua e poco cibo.
"Il PKK è il nostro eroe" dice il 26enne Hussein, uno dei centinaia di Yazidi addestrati dai combattenti YPG nei campi in Siria allo scopo di combattere l'ISIS.
I comandanti PKK ritengono che la guerriglia abbia spostato la linea del fronte anche nelle città di Kirkuk e Jalawla.
Hanno rifiutato di dare numeri e i feroci combattimenti rendono le loro dichiarazioni difficili da verificare.
GUERRA PSICOLOGICA
Le forze di sicurezza turche cominciarono negli anni '90 a sgomberare i villaggi sospettati di simpatizzare per il PKK, deportando migliaia di curdi, alcuni dei quali fuggivano dall'Iraq e si accampavano a Makhmur, recentemente diventata base della guerriglia PKK.
La parola "Apo", soprannome di Ocalan, è scarabocchiata sui muri attorno al campo, che ospitava più di 10mila persone fino all'incursione ISIS.
Una coppia solitaria di calze ciondola da un filo della biancheria e grappoli di uva non raccolti cominciano ad avvizzire sulla vite. Si può sentire il rumore sordo dell'artiglieria dalla nuova linea del fronte con lo Stato islamico, distante diversi chilometri.
L'ondata dei militanti ISIS verso il Kurdistan ha distrutto l'aura di invincibilità che circondava i guerrieri peshmerga della regione, che non combattevano da diversi anni e in definitiva non si sono dimostrati all'altezza dei guerrieri armati con armi saccheggiate dall'esercito iracheno.
Tuttavia i comandanti PKK ritengono che l'arma principale dei miliziani ISIS sia la paura: "Intraprendono una guerra psicologica" dice Goyi "lo Stato islamico non è così forte come crede di essere".
Il ritrovato ruolo del PKK può rivelarsi più preoccupante per il suo storico rivale: il Partito Democratico Curdo (KDP). Hanno rivaleggiato a lungo per la guida della comunità curda lungo i confini con Siria, Iraq, Turchia e Iran.
Con le forze curde di tutti e 4 i Paesi che combattono insieme per la prima volta, per ora almeno, la guerriglia PKK e peshmerga sta fianco a fianco nei checkpoints della strada per Makhmur.
Ma le tensioni non sono molto al di sotto della superficie.
Un ufficiale anziano del KDP ritiene che il coinvolgimento del PKK scoraggerà la comunità internazionale a fornire armi avanzate da contrapporre all'arsenale ISIS. "Non abbiamo bisogno di loro"dice del PKK, accusandolo di cercare di screditare il KDP.
Il guerrigliero ferito Rojhat ritiene il PKK più organizzato e disciplinato dei peshmerga, e la loro tattica più adatta a combattere gli ISIS, anche senza il supporto militare che gli iracheni curdi stanno cercando.
"In questo modo abbiamo combattuto l'esercito turco per anni" dice Rojhat "la guerra è un atto di fede"
NON C'E' BISOGNO DI PANICO
Ankara ha fatto un piccolo commento sull'ultimo conflitto in Iraq, in replica alle accuse, dove nega fermamente che il suo supporto agli oppositori sunniti del Presidente siriano Assad abbia aiutato l'ISIS a crescere e a temere per le dozzine di suoi cittadini che i miliziani hanno catturato.
Ma i funzionari turchi minimizzano la preoccupazione che il PKK possa essere incoraggiato dal suo ruolo in Iraq, verso una coinvolgente agitazione in Turchia, e vede la lotta contro lo Stato islamico come una questione separata dallo scontro con Ankara per la difesa dei diritti dei curdi.
"In Iraq c'è una crisi e il PKK è impegnato lì in questa lotta contro l'ISIS insieme ad altri elementi" dice a Reuters un vecchio funzionario del governo turco, aggiungendo che non ritiene permanente il loro impiego.
"Non c'è paura di una divisione della Turchia o di una unificazione dei curdi al di là dei nostri confini. Fino a quando non ci sarà una richiesta espressa dal PKK in Turchia tramite un conflitto armato o violenza, non c'è bisogno di panico" dice il funzionario turco, facendo richiesta di anonimato per potersi esprimere più liberamente.
Il vice Primo Ministro turco Besir Atalay ha detto che questa settimana il governo turco terrà colloqui diretti con i guerriglieri, il cui leader Ocalan è incarcerato nell'isola del Mar di Marmara. Proporrà un piano che prevede il disarmo e la reintegrazione dei combattenti nella società turca.
Il PKK vede il vecchio e il nuovo nemico molto vicini tra loro, e accusa la Turchia di finanziare e inviare islamisti per combattere i Curdi in Siria, accuse che Ankara respinge.
Ma ha ritirato la sua richiesta di uno Stato indipendente nella Turchia sud-orientale in cambia di una devoluzione di potere in ognuno dei 4 Paesi nei quali i Curdi sono divisi.
Un diplomatico europeo ad Ankara dice che il PKK vede le sue azioni in Iraq, in particolare il suo aiuto nella protezione dei membri della comunità yazida, come un contributo per una spinta diplomatica che persuada l'Unione Europea a rimuoverlo dalla lista dei gruppi terroristi.
"E' davvero paradossale che un'organizzazione proscritta come gruppo terrorista dall'UE mostri di aver avuto un ruolo significativo (contro lo Stato islamico)" dice il diplomatico.
"Stanno sfidando la base giuridica su cui l'UE li ha proscritti in prima istanza. Vedono tutto ciò che è successo nei giorni scorsi come acqua al loro mulino"
L'UE, ad ogni modo, molto improbabilmente farebbe qualsiasi passo senza un accordo con la Turchia, dice il funzionario.
"I Turchi saranno fortemente contrari. Non siamo in una fase in cui la Turchia sia disposta a prendere in considerazione qualcosa di simile, assolutamente no"
http://www.reuters.com/article/2014/08/21/us-iraq-security-pkk-insight-idUSKBN0GL1H420140821
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sabato 23 agosto 2014
Grandi manovre. Riformatori e UDC in cerca di alloggio?
Qualche giorno fa in Consiglio comunale si è votato su un odg proposto dal PD che chiedeva di destinare 700mila euro ai bandi per la povertà. La maggioranza ha votato contro, dimostrando poca sensibilità per i problemi che vivono i cittadini più deboli. Ma, per chi ha interesse verso le dinamiche politiche in corso, c’è anche un’altra notizia. Riformatori e UDC non hanno votato con la maggioranza e hanno abbandonato l’aula (i Riformatori non si sono presentati). Un nuovo atto di rottura, dopo quello del sindaco Contini che li ha esclusi dalla Giunta. Pare non abbia ricevuto le dovute garanzie di un loro appoggio in vista delle elezioni amministrative del prossimo anno. Si legge quindi tra le righe che Riformatori e UDC siano alla ricerca di una nuova collocazione politica, non si sa se autonoma o in alleanza con il centrosinistra. Grandi manovre in corso.
È diventata ormai una prassi della politica quartese quella di cambiare collocazione a pochi mesi dalle elezioni. Fiutare il vento e schierarsi dalla parte degli annunciati vincitori assicura così a diversi personaggi della politica quartese la sopravvivenza da diverse consiliature. Sarebbe bene che si assumessero per una buona volta la responsabilità dell’azione amministrativa che hanno sostenuto fino a qualche giorno fa e saranno poi gli elettori a decidere se premiarli o punirli. Farebbero una favore a tutta la città, rendendo chiari meriti e demeriti. E anche a loro stessi, che magari all’opposizione gli si schiariscono le idee. Queste manovre politiche da prima repubblica hanno la colpa di aver bloccato lo sviluppo della città per anni, lasciandola in mano a consolidati gruppi di potere, interessati unicamente alla loro sopravvivenza.
Anche il PD deve stare bene attento a non farsi tentare da soluzioni comode e magari anche vincenti nel breve termine, ma che rischiano di pregiudicare la chiarezza e la credibilità di tutta la coalizione con scelte poco comprensibili e gradite alla maggior parte dei cittadini. Le vicende degli ultimi anni hanno dimostrato come le somme algebriche non funzionino in politica. Nelle politiche 2013 il flirt tra Bersani e Monti si è rivelato dannoso, mentre nelle regionali di febbraio l’esclusione del Psd’Az in cerca di redenzione, si è rivelata vincente. Inoltre in caso di vittoria elettorale la presenza di forze politiche che si sono negli anni limitate a puntare sul cavallo vincente potrebbe rivelarsi a posteriori limitante dell’azione amministrativa. Nel lungo termine invece queste manovre centriste allo scopo di escludere gli estremismi hanno avuto l’effetto – a Quartu come altrove – di far emergere una forza politica come il M5S che gli estremismi li accoglie e li promuove. E a Quartu il fiato a 5 stelle soffia forte sul collo del PD. Il Movimento in città è solido e organizzato, ha ottenuto ottimi risultati nelle ultime tornate elettorali e una sua vittoria non è fantascienza. Operazioni di palazzo in difesa di stantii interessi e qualsiasi flirt verso queste forze politiche sarebbero a tutto loro vantaggio.
Riformatori e UDC si assumano le responsabilità di questi 5 anni di amministrazione di fronte agli elettori e se hanno qualche critica da esprimere e qualche nodo da sciogliere lo facciano all’interno della coalizione di cui hanno fatto parte fino a qualche settimana fa.
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giovedì 24 luglio 2014
Generazione Metropolitana
Sono quartese da diverse generazioni. E in queste condizioni ho potuto conoscere i racconti di una città che in pochi anni è passata dall’essere un piccolo paese agricolo a un grande centro di servizi. Da quando ci voleva un’intera giornata di cammino per andare e tornare da Cagliari, sono cambiate parecchie cose.
Quartu è cresciuta a dismisura, in particolar modo negli anni ’80. La speculazione edilizia ha fatto nascere interi quartieri come Pitz’e Serra, e ha portato la popolazione da 30mila a 60mila abitanti nello spazio temporale di vent’anni (censimenti 1971-1991). Oggi gli abitanti sfiorano le 70mila unità, ma la città non è ancora riuscita a modificare la visione e la prospettiva di sé stessa. Rimane condizionata dal suo campanilismo e dal suo primordiale spirito agricolo e vive il confronto con il territorio circostante con conflittualità. Pesa l’assenza nel dibattito cittadino dei neoquartesi, principalmente cagliaritani trasferitisi nel nostro borgo, che faticano a vivere la città con protagonismo.
Proprio loro possono essere i promotori del cambiamento di questa città verso una dimensione metropolitana; una nuova cittadinanza dove il confine tra quartese, cagliaritano, selargino, etc. è sempre più labile e indefinito. L’incremento del numero di abitanti ha generato una crescita dei servizi tale che oggi non ci sono solo i quartesi che lavorano a Cagliari, ma anche i cagliaritani che lavorano a Quartu. Il nuovo cittadino dell’Area Vasta è quindi metropolitano.
Un contributo significativo in questo cambio di visione possono e devono darlo quei cittadini che fanno parte della cosiddetta generazione Erasmus, cioè quei giovani e meno giovani che hanno visto il mondo e hanno sviluppato uno sguardo aperto verso tutte le realtà che ci circondano. Loro, insieme ai neoquartesi, formano la Generazione Metropolitana.
http://cambiamoquartu.wordpress.com/2014/07/21/generazione-metropolitana/
lunedì 21 luglio 2014
Le responsabilità dell'Europa in Medio Oriente
L'Europa ha grandi responsabilità per quanto avviene ed è avvenuto in Medio Oriente.
Israele è la testa di ponte che gli assicura il controllo di una regione ricca di risorse energetiche, pur nel rispetto del principio di autodeterminazione dei popoli. Allo stesso tempo gli consente di lavarsi la coscienza da una secolare cultura antisemita che ha generato i marrani, i ghetti e infine l'Olocausto. Due piccioni con una fava.
Non riesco quindi a indignarmi verso due popoli che storicamente lottano per la loro sopravvivenza.
Mi indigno invece per il redivivo spirito colonialista che anima l'Occidente. Dietro i propositi di una missione civilizzatrice, sin dall'Ottocento si è sentito autorizzato a depredare popoli lontani delle loro risorse, imponendo usi e costumi, spesso stravolgendo l'ordine costituito. Oggi appoggia governi comodi a rappresentare i suoi interessi ed Israele è uno di questi.
Mi indigno anche per l'Oremus et pro perfidis Judaeis praticato dalla Chiesa Cattolica dal VI sec. fino al 1958. Di fatto una legittimazione a tutto il disprezzo verso un popolo accusato di essere deicida. Il sionismo è la naturale e giustificata conseguenza di un popolo perseguitato alla ricerca della sua salvezza.
Per questi motivi, di fronte alle immagini e alle urla che provengono dal Medio Oriente, l'Europa non può girarsi dall'altra parte, non può puntare il dito verso nessuno, se non verso sé stessa.
![]() |
| La Dichiazione Balfour del 1917. Il governo britannico riconosce il diritto ai primi insediamenti ebraici in Palestina |
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domenica 4 maggio 2014
Quando al massimo si cantava "chi non salta milanista/juventino é"
Una cosa che mi stupisce degli ultras, avendo frequentato la curva, è che molti di loro non hanno mai calcato un campo di calcio. Quello vero, dove si respira l'aria di terra battuta, dove si indossano i colori di una squadra, dove si sottosta alle regole e all'autorità di un arbitro. E se si fa i prepotenti si viene cacciati dal campo. E nella quasi totalità dei casi l'idiota sei tu, per la tua squadra, per i tuoi avversari e per te stesso.
Nel rettangolo di gioco si impara a vincere insieme, si impara a darsi una mano, si impara a considerare sé stessi l'anello di una catena. Ma soprattutto si impara ad accettare il risultato del campo, ad accettare la sconfitta, a rispettare i propri avversari e a considerarli parte fondamentale del divertimento e della gioia di questo sport. Grazie a loro puoi misurare te stesso e puoi porti delle sfide. Per questo ho imparato negli anni a ringraziare i miei avversari prima e dopo una partita. Manca cultura sportiva nei nostri stadi. Troppo calcio in tv, troppo poco sport praticato
Negli anni le cose sono andate peggiorando. Ricordo quando mio padre mi portava allo stadio. Si inneggiava alla squadra e ai giocatori in una festa di colori, di sciarpe e di bandiere. Anche fumogeni. Il massimo dello sberleffo dell'avversario era "chi non salta milanista/juventino é" e tutti a saltellare, si faceva la ola oppure si cantava sotto la pioggia "o portiere, portiere bagnato, la tua porta Paolino ha bucato".
Oggi invece negli stadi si canta "onore ai diffidati", "stampa isolana, figli di puttana" "chi non salta è uno sbirro" "Pisanu/Maroni/Zedda pezzo di merda" etc. Non si insultano più neanche gli avversari, ma le istituzioni in un calderone di inciviltà. E allo stadio ci sono sempre meno spettatori. Poi guardi una partita del campionato inglese, tedesco o spagnolo e lo stadio è pieno, lo spettacolo in campo migliore, i tifosi appassionati ma composti.
Quello che c'è nelle nostre curve non è passione per lo sport. Bisogna costruire cultura sportiva.
giovedì 10 aprile 2014
Io voto a balla sola
Io voto a balla sola alle elezioni europee del 25 maggio. Voterò per Renato Soru, candidato del PD e del PSE nel collegio V Sardegna-Sicilia per il Parlamento Europeo. Lo farò per quanto non mi convincano né il metodo né il merito della scelta.
Il metodo, perché è una candidatura che, contrariamente da quanto stabilito nello Statuto PD, è nata senza un coinvolgimento ampio di iscritti ed elettori. Una candidatura proposta ufficialmente solo durante la direzione regionale di qualche giorno fa a cui personalmente ho assistito. Mentre si discuteva di riforma del Titolo V, il segretario Silvio Lai proponeva all'improvviso il nome di Soru come candidato sardo per le europee. L'interessato ha risposto con un rifiuto conciso e poco convincente e dopodiché si è tornati a parlare di riforme costituzionali. Forse la questione interessa poco o forse discutere le due cose insieme era solo uno stratagemma per evadere la questione.
Soru è sicuramente una figura in grado di rappresentare tutto il centrosinistra sardo e capace quindi di raccogliere consenso oltre il PD. I miei dubbi nascono dal suo Curriculum Vitae nell'ultima legislatura del Consiglio Regionale. Recordman di assenze, mi auguro non tenga, se eletto, lo stesso comportamento a Strasburgo. Mi auguro che tenga in considerazione che, se eletto, avrà una responsabilità importante datagli dal voto di centinaia di migliaia di sardi. Spero inoltre che questa tornata elettorale non sia una rampa di lancio verso altri lidi, come accaduto per altri in passato.
C'erano altri candidati spendibili per questo tipo di elezione. Penso ad esempio ad Andrea Murgia, che allo stesso tempo conosce a dovere i meccanismi delle istituzioni europee ed ha dimostrato di saper raccogliere consenso anche al di fuori del PD. Candidato sul cui impegno a Strasburgo avrei messo la mano sul fuoco. Penso anche a Francesco Sanna che ha offerto un impegno importante per ottenere un collegio sardo e ha un peso politico in grado di andare oltre i confini della nostra regione. Sarebbe stato importante, coinvolgente e utile fare una discussione ampia su tutti questi profili e poi decidere quale fosse il candidato migliore a rappresentare la Sardegna in Europa.
La candidatura Soru ha grandi possibilità. Rosario Crocetta fu eletto nel 2009 con 150mila voti. Terza, prima dei non eletti, Francesca Barracciu con 116mila. Soru può riuscire a raccogliere 150mila preferenze e oggi il PD, nel collegio V, può riuscire ad ottenere il terzo seggio per due motivi: 1) può raccogliere una percentuale di voti superiore al 25 per cento del 2009; 2) l'odg approvato in Parlamento, grazie al lavoro dei deputati sardi del PD, impegna il governo a sostenere l'interpretazione della legge che assicuri il rispetto degli 8 seggi per la circoscrizione Sardegna/Sicilia (nel 2009 sono stati 6).
Voterò a balla sola. Oppure per esplicitare in "campidanesu" 'ongu unu votu de preferentzia isceti.
Ci sono sicuramente candidati validi tra i siciliani in grado di rappresentare degnamente i sardi. Penso a Giusi Nicolini che, da sindaco di Lampedusa, rappresenta la frontiera europea del Mediterraneo. E quindi una questione importante che riguarda non solo la Sardegna, ma tutta l'Europa. Ritengo però che se ognuno elettore sardo del PD si prendesse la libertà di scegliere un altro candidato che possa rappresentarci, finiremo per indebolire il nostro.
Per questo, nonostante i miei dubbi, voto e farò votare Renato Soru per portare la Sardegna nell'unica istituzione europea eletta direttamente dai cittadini. Un parlamento sempre più incisivo nella politica UE dopo le riforme del Trattato di Lisbona. E lo farò a balla sola.
http://circolocopernico.wordpress.com/2014/04/10/stefano-floris-io-voto-a-balla-sola/
http://circolocopernico.wordpress.com/2014/04/10/stefano-floris-io-voto-a-balla-sola/
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mercoledì 26 marzo 2014
Riflessioni sul Congresso in Sardegna. PD degli iscritti e degli elettori
Fin dalla sua nascita il
PD ha vissuto un dibattito interno - più o meno latente - sulle
modalità di scelta del segretario e di tutti gli organismi
dirigenti. Un dibattito che mi auguro possa proseguire nel futuro e
trovare una soluzione definitiva.
Le primarie sono un
istituto fondante del PD, ma dentro il partito vi sono posizioni e
argomentazioni solide a sostegno dell'idea che questa scelta spetti
unicamente agli iscritti. Sarebbero loro i soli titolati a decidere
in quanto elementi attivi e costitutivi del partito.
I sostenitori delle
primarie ritengono invece che il partito, svolgendo una funzione
pubblica, appartenga a tutti gli elettori, non solo ai suoi iscritti.
Di conseguenza la scelta spetta a tutti i cittadini che vogliano
partecipare e si riconoscano nel PD.
Quale tra queste due tesi
è quella più valida? Un atteggiamento integralista non credo aiuti.
Mi piacerebbe che il luogo deputato a portare avanti questo dibattito
sia l'assemblea nazionale e - perché no? - in ambito locale siano
gli organismi locali a decidere la modalità di elezione di
segretario e organismi dirigenti, nell'ottica di un partito federato.
Al momento invece le modalità di elezione, anche a livello locale,
sono stabilite dallo Statuto nazionale (commi
4, 8 art.15). Personalmente ritengo che entrambi i metodi abbiano
forti criticità, da risolvere con regolamenti solidi e ragionati.
Tornare a un partito dove
decidono la linea solo gli iscritti porta il rischio di un ulteriore
avvitamento del PD su stesso, rinchiuso nelle sue diatribe interne. A
tal proposito voglio portare ad esempio lo strano caso del PD di
Quartu.
Nella mia città la
mozione Cuperlo ha ottenuto 423 voti e una percentuale del 62%. Alle
primarie dell'8 dicembre ne ha invece ottenuto 593 (170 in più), ma
nel frattempo il totale dei votanti era enormemente aumentato,
passando dai 678 del congresso ai 2.123 delle primarie. Di
conseguenza la percentuale della mozione Cuperlo è passata dal 62
del congresso al 27 delle primarie. Una variazione percentuale di 35
punti! La mozione Renzi è invece passata dal 33 al 52 per cento
(+19%, da 228 a 1.123 voti) e la mozione Civati dal 2 al 20 (+18%, da
15 a 415 voti).
Città
di Quartu
|
Congresso
degli iscritti
|
Primarie
aperte
|
||
N. Voti
|
Percentuale
|
N. Voti
|
Percentuale
|
|
Cuperlo
|
423
|
62,39%
|
593
|
27,83%
|
Renzi
|
228
|
33,63%
|
1123
|
52,70%
|
Civati
|
15
|
2,21%
|
415
|
19,47%
|
Pittella
|
12
|
1,77%
|
-
|
-
|
Questi numeri inopinabili
dimostrano una forte divergenza tra l'opinione degli iscritti e
quella degli elettori e i rischi che comporta affidare la scelta
della guida e della linea del PD unicamente ai primi. L'obiettivo di
un partito è calarsi nella società, interpretarne e rappresentarne
gli umori. Ma se gli iscritti non sono in grado di essere un campione
rappresentativo, di essere antenne del sentire comune, di saperlo a
loro volta orientare, allora è più giusto e utile aprirsi alla
società tutta. Perché alla fine un partito che aspira a governare
deve rappresentare tutti i cittadini, non solo gli iscritti. Mi
chiedo, a tal proposito, quanto siano rappresentativi questi 678
iscritti che saranno decisivi e incisivi, notevolmente di più di
quanto lo siano nella società, in occasione dei congressi di
circolo e del congresso provinciale previsto per il 2014.
Inevitabilmente porteranno alla costituzione di un PD locale non in
linea con gli elettori.
Credo che il sistema di
tesseramento meriti quantomeno maggiore attenzione e regolazione.
Penso a un patto di stabilità che imponga un limite alla variazione
percentuale di iscritti in ogni singolo circolo e soprattutto
l'istituzione di efficienti organismi di controllo che verifichino
numeri e identità degli iscritti.
Anche lo strumento
primarie ha qualche criticità. Richiedere l'obolo dei 2 euro è un
limite alla partecipazione più ampia possibile e fino ad oggi è
stato giustificato con la necessità di coprire le spese
organizzative e di limitare la partecipazione agli elettori
potenziali del PD. Credo nel primo caso la richiesta dei 2 euro non
sia giustificata, almeno fino a che conserveremo delle forme di
finanziamento pubblico. Per quanto riguarda la necessità di limitare
la partecipazione ai potenziali elettori PD, credo che sia un
problema che meriti altre soluzioni, prendendo esempio proprio dal
luogo dove le primarie hanno avuto origine. Ovvero si potrebbe
chiedere agli elettori interessati di pre-registrarsi in un albo
degli elettori, anche per ovviare a problemi organizzativi che si
determinano nella confusione dei seggi.
In sintesi ritengo
necessario investire sull'efficienza degli strumenti di
partecipazione. Di investire più sulla qualità che sulla quantità
di iscritti ed elettori. Ad ogni modo, in virtù anche degli ultimi
avvenimenti, ritengo lo strumento primarie più utile per scegliere
la guida e la linea di un partito che per scegliere un candidato alle
cariche istituzionali. L'obiettivo è infatti quello di favorire la
partecipazione e questa deve partire dai partiti, luoghi ideali in
cui esercitare le virtù di cittadino. E le primarie sono lo
strumento giusto per avvicinare i delusi che si allontano dai partiti
e per diffondere in loro senso civico e democratico.
http://circolocopernico.wordpress.com/2014/03/23/stefano-floris-riflessioni-sul-congresso-in-sardegna-pd-degli-iscritti-e-degli-elettori/
http://circolocopernico.wordpress.com/2014/03/23/stefano-floris-riflessioni-sul-congresso-in-sardegna-pd-degli-iscritti-e-degli-elettori/
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giovedì 6 febbraio 2014
Pigliaru il gramsciano. L'istruzione in Sardegna
Francesco Pigliaru parla molto di sviluppo in giro per la Sardegna. E spesso e volentieri fa riferimento all'istruzione. Istruzione come industria, come motore di crescita e di sviluppo. E' un concetto molto gramsciano.
Quando l'intramontabile Nino, che tanto lustro dà alla Sardegna nel mondo, diceva "istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza" intendeva dire che "non c'è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l'homo faber dall'homo sapiens. Ogni uomo infine, all'infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un filosofo, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale".
Essere istruiti non significa fare un mestiere anziché un altro. Ricordo un mio vecchio professore spiegare a noi matricole che l'Università non insegna una materia anziché un'altra, ma insegna invece a studiare. Conosco diverse persone prive di un titoli di studio ma con grande capacità di pensare. A volte mi chiedo cosa potrebbero essere state per sé stesse e per tutta la collettività se avessero avuto l'opportunità di studiare. Penso all'enorme spreco di risorse umane in una Regione dove, in termini di percentuale di laureati sulla popolazione regionale si colloca al 252° posto su 261 regioni europee, comprese le 54 regioni dei Paesi nuovi entranti (Eurostat, 2002). Perché la cultura e l'istruzione sono sviluppo di ingegno e di capacità di adattamento, sono indipendenza di pensiero del singolo, sono "organizzazione, disciplina del proprio io interiore; presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri".
Anche per questo voto Francesco Pigliaru Presidente, l'ideatore del MasterBack
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martedì 4 febbraio 2014
Decreto IMU-Bankitalia. Per chi volesse andare oltre gli slogan
La Camera dei Deputati ha tramutato in Legge nei giorni scorsi il cosiddetto Decreto IMU-Bankitalia. Il decreto prevede la ricapitalizzazione del patrimonio Bankitalia che passa da 156mila euro a 7,5 miliardi. I fondi in questione sono trasferiti dalle riserve statutarie di Bankitalia al patrimonio della banca stessa. Patrimonio che non è a disposizione dei partecipanti, in quanto Bankitalia continua ad essere un istituto di diritto pubblico regolato dal suo statuto.
Il provvedimento quindi è un mero esercizio contabile che destina fondi pubblici da un capitolo ad un altro.
L'effetto è duplice:
1) L'incremento patrimoniale del capitale nominale determina un incremento del patrimonio dei partecipanti, costretti quindi a pagare tasse per un 20% di reddito di capitale. Lo Stato incasserà in questo modo circa un miliardo di euro per finanziare il taglio dell'IMU. Ecco come si spiega l'accorpamento delle due questioni.
2)Bankitalia distribuisce ogni anno una parte dei suoi dividendi, ricavati dagli utili, ai partecipanti. Gli utili derivano dalla cosiddetta attività di signoraggio, cioè dai ricavi che Bankitalia ha nel stampare e prestare cartamoneta. Lo statuto prevede all' art.40 che questi utili siano destinati:
2)Bankitalia distribuisce ogni anno una parte dei suoi dividendi, ricavati dagli utili, ai partecipanti. Gli utili derivano dalla cosiddetta attività di signoraggio, cioè dai ricavi che Bankitalia ha nel stampare e prestare cartamoneta. Lo statuto prevede all' art.40 che questi utili siano destinati:
a) alla riserva ordinaria, fino alla misura massima del 20 per cento;
b) ai partecipanti, fino alla misura massima del 6 per cento del capitale;
c) alla riserva straordinaria e ad eventuali fondi speciali fino alla misura massima del
20 per cento;
d) allo Stato, per l’ammontare residuo.
La quota destinata ai partecipanti può essere incrementata per statuto di un ulteriore 4 per cento (6+4=10 per cento). Ciò significa che sino ad oggi i partecipanti hanno usufruito di utili per massimo 15.600 euro, mentre grazie al nuovo decreto potranno usufruire sino a 750 milioni di euro di utili. La destinazione non è automatica, ma avviene per precisa scelta del Consiglio superiore, su controllo del Collegio sindacale. Lo Statuto pone semplicemente dei limiti e il decreto consentirà di fatto al Consiglio superiore di incrementare la quota dei fondi destinati ai partecipanti.
Il decreto vieta inoltre ai partecipanti di possedere più del 3 per cento delle azioni di Bankitalia e molti di loro dovranno vendere le loro quote esclusivamente ad istituti di credito e assicurazioni che hanno sede amministrativa in Italia.
Quindi i partecipanti finora hanno sempre ricevuto 15.600 euro di dividendi. Ora ne riceveranno 750 milioni? In realtà no. Non solo perché la cosa non è automatica, ma anche perché i partecipanti sino ad oggi hanno ricevuto più di quella cifra. Le relazioni annuali di Bankitalia rivelano come ad ogni esercizio venga loro conferito uno 0,5 per cento del totale delle riserve, sempre secondo l'art.40 dello Statuto. Dai 58 ai 70 milioni di euro all'anno negli ultimi 5 anni.
In sostanza il provvedimento non determina il trasferimento di fondi, ma allarga le maglie di intervento del Consiglio superiore a favore dei partecipanti, a fronte di un entrata una tantum per lo Stato di un miliardo scarso. Considerando che i membri del Consiglio sono nominati dall'assemblea dei partecipanti (art.15 Statuto), è facile capire quali scelte faranno. Saranno incrementati i fondi destinati ai partecipanti a discapito di quelli destinati allo Stato e l'introito iniziale verrà ricompensato nel giro di un paio d'anni.
martedì 21 maggio 2013
Il destino di Balotelli Mario
Mario Balotelli ha molte fortune e poche sfortune. Tra la sue fortune c'è quella di poter fare molto, ora e nei prossimi anni, per favorire l'integrazione dei neri in Italia. Se se ne rendesse conto e adottasse in campo un atteggiamento esemplare, se la smettesse di rimuginare su ciò che è stato, se la finisse di dare adito agli idioti che lo contestano, potrebbe veramente essere qualcosa di più di un semplice calciatore. Potrebbe essere il capitano e la storia del Milan e della nostra Nazionale, potrebbe essere un simbolo dell'integrazione. Positivo o negativo dipende solo da lui.
PS. "Da grandi poteri derivano grandi responsabilità" diceva lo zio dell'Uomo Ragno
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giovedì 9 maggio 2013
Buon Compleanno Europa!
Nell'anniversario della Dichiarazione Schuman, voglio pubblicare il discorso di premiazione del nobel per la pace 2012 all'Unione Europa. In esso ci sono le conquiste di mezzo secolo e una linea per il futuro.
PS "chi non conosce la storia, è condannato a riviverla."
Maestà, Altezze Reali, Capi di Stato, Capi di Governo, Eccellenze, signore e signori,
PS "chi non conosce la storia, è condannato a riviverla."
Maestà, Altezze Reali, Capi di Stato, Capi di Governo, Eccellenze, signore e signori,
Onorevoli Presidenti dell'Unione europea,
In un momento in cui l'Europa sta affrontando grandi difficoltà, il Comitato norvegese per il Nobel desidera richiamare alla mente ciò che significa l'Unione europea per la pace.
Dopo le due guerre mondiali del secolo scorso, il mondo ha dovuto allontanarsi dal nazionalismo e muoversi nella direzione della cooperazione internazionale. Si sono formate le Nazioni Unite. È stata adottata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Per l'Europa, luogo in cui erano scoppiate entrambe le guerre mondiali, il nuovo internazionalismo doveva essere un impegno vincolante. Doveva costruirsi su diritti umani, democrazia, e su principi applicabili dello Stato di diritto. E sulla cooperazione economica volta a mettere alla pari i paesi partner nel mercato europeo. Con questi mezzi i paesi sarebbero stati legati insieme in modo da rendere impossibile nuove guerre.
La comunità del carbone e dell'acciaio del 1951 ha segnato l'inizio di un processo di riconciliazione che ha continuato fino ai nostri giorni. Cominciando in Europa occidentale, il processo è proseguito superando il divario est-ovest con la caduta del muro di Berlino, e ha attualmente raggiunto i Balcani, dove ci furono guerre sanguinose meno di 15 o 20 anni fa.
L'UE ha sempre rappresentato una forza motrice centrale in questi processi di riconciliazione.
Infatti l'UE ha contribuito a realizzare sia la "fraternità tra le nazioni" e la "promozione della pace congressi" di cui Alfred Nobel scrisse nel suo testamento.
Il Premio Nobel per la Pace è quindi sia meritato che necessario. Offriamo le nostre congratulazioni.
Alla luce della crisi finanziaria che sta colpendo tante persone innocenti, possiamo vedere che il quadro politico in cui è radicata l'Unione è oggi più importante che mai. Dobbiamo stare insieme. Noi abbiamo una responsabilità collettiva. Senza questa cooperazione europea, il risultato potrebbe facilmente essere stato nuovo protezionismo, nuovo nazionalismo, con il rischio che il terreno guadagnato andrebbe perduto.
Sappiamo dagli anni tra le due guerre, che questo è ciò che può accadere quando la gente comune è costretta a pagare le bollette per una crisi finanziaria innescata da altri. Ma ora come allora la soluzione non è agire per conto proprio, a spese degli altri. Né dare la colpa alle minoranze vulnerabili.
Questo ci porterebbe nelle trappole del passato.
L'Europa ha bisogno di andare avanti.
Salvaguardare ciò che è stato guadagnato.
E di migliorare ciò che è stato creato, che ci permette di risolvere i problemi che minacciano la comunità europea di oggi.
Questo è l'unico modo per risolvere i problemi creati dalla crisi finanziaria, a beneficio di tutti.
Nel 1926, il Comitato norvegese per il Nobel ha assegnato il premio per la pace ai ministri degli Esteri di Francia e Germania, Aristide Briand e Gustav Stresemann, e l'anno seguente per Ferdinand Buisson e Ludwig Quidde, per i loro sforzi volti a far progredire la riconciliazione franco-tedesca.
Nel 1930 la riconciliazione degenerò in conflitto e in guerra.
Dopo la seconda guerra mondiale, la riconciliazione tra la Germania e la Francia ha posto le fondamenta per l'integrazione europea. I due paesi hanno intrapreso tre guerre nel giro di 70 anni: la guerra franco-prussiana nel 1870-71, poi la Prima e la Seconda Guerra Mondiale.
Nei primi anni dopo il 1945, era molto forte la tentazione di continuare sulla stessa traccia, sottolineando la vendetta e il conflitto. Poi, il 9 maggio 1950, il ministro degli Esteri francese Robert Schuman ha presentato il piano per una comunità del carbone e dell'acciaio.
I governi di Parigi e Bonn decisero di impostare la storia su un percorso completamente diverso, ponendo la produzione del carbone e dell'acciaio sotto un'autorità comune. Gli elementi principali della produzione di armamenti andarono così a formare le travi di una struttura per la pace. La cooperazione economica avrebbe da lì in poi evitare nuove guerre e conflitti in Europa, come Schuman mise in evidenza nel discorso del 9 maggio: "La solidarietà di produzione in tal modo realizzata farà si che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile ".
La riconciliazione tra la Germania e la Francia è probabilmente l'esempio più drammatico della storia per dimostrare che la guerra e il conflitto può essere trasformato così rapidamente in pace e cooperazione.
La presenza qui oggi del cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese François Hollande rende questa giornata particolarmente simbolica.
Il passo successivo, dopo la comunità del carbone e dell'acciaio, è stata la firma del Trattato di Roma il 25 marzo 1957. Le quattro libertà furono allora stabilite. I confini dovevano essere aperti, e l'intera economia, non solo l'industria del carbone e dell'acciaio, doveva essere tessuta in un tutto. I sei capi di Stato, di Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo, scrissero che "nel mettere insieme le loro risorse, per rafforzare la pace e la libertà, e facendo appello agli altri popoli d'Europa, che, animati dallo stesso ideale, si associno al loro sforzo, hanno deciso di creare una Comunità economica europea ... ".
Nel 1973, la Gran Bretagna, l'Irlanda e la Danimarca hanno deciso di rispondere a questa chiamata.
La Grecia è entrata nel 1981, e la Spagna e il Portogallo nel 1986. L'adesione alla CEE e UE è un diritto di tutti i paesi europei, "il cui sistema di governo è fondato sui principi della democrazia" e che accettano le condizioni di adesione. L'appartenenza consolidò la democrazia in questi paesi, anche attraverso i regimi di sostegno generoso di cui la Grecia, il Portogallo e la Spagna hanno potuto beneficiare.
Il successivo passo in avanti fu la caduta del muro di Berlino nel corso di un anno e mezzo miracoloso, nel 1989. Si aprirono poi opportunità di adesione per i paesi neutrali Svezia, Finlandia e Austria.
Ma le nuove democrazie, troppo nuove, volevano diventare parti dell'Occidente, militarmente, economicamente e culturalmente. In tale contesto, l'adesione alla UE è diventato un obiettivo di per sé evidente. Un mezzo, che consentì la transizione verso la democrazia nel modo più indolore possibile. Se fossero stati lasciati a se stessi, nessuno può essere certo di come sarebbero andate le cose.
La storia lo insegna: la libertà ha un prezzo.
La differenza è molto marcata tra ciò che è accaduto dopo la caduta del muro di Berlino e quello che sta avvenendo nei paesi del mondo arabo. I paesi dell'Europa orientale sono stati rapidamente in grado di partecipare a una comunità europea di valori, di unirsi a un grande mercato, e di beneficiare di un sostegno economico. Le nuove democrazie in prossimità dell'Europa hanno un rifugio sicuro. In altri luoghi la transizione verso la democrazia sembra anche essere lunga e dolorosa e ha già scatenato guerre e conflitti.
In Europa, la divisione tra est e ovest è stato superata in modo più rapido di quanto chiunque avrebbe potuto prevedere. La democrazia è stata rafforzata in una regione dove le tradizioni democratiche sono state molto limitate; le molte dispute su etnia e nazionalità, che aveva tanto turbato la regione sono stati in gran parte risolte.
Mikhail Gorbaciov ha creato le condizioni esterne per l'emancipazione dell'Europa orientale, e i leader nazionali come Lech Walesa hanno preso le necessarie iniziative locali. Sia Walesa che Gorbaciov hanno ricevuto i loro meritati premi per la pace.
Ora finalmente è il turno della UE. Gli eventi, durante i mesi e gli anni successivi alla caduta del muro di Berlino, possono essere pari al più grande atto di solidarietà mai esistito sul continente europeo.
Questo sforzo collettivo non poteva avvenire senza il peso politico ed economico dell'Unione europea alle spalle.
In questo giorno dobbiamo anche rendere omaggio alla Repubblica federale di Germania e al suo cancelliere Helmut Kohl per l'assunzione di responsabilità e per aver accettato gli enormi costi per conto degli abitanti della Repubblica federale quando la Germania orientale è stata inclusa praticamente durante la notte in una Germania unita.
Non tutto è stato ancora risolto, però. Con la caduta del comunismo, un vecchio problema è ritornato: i Balcani. Il governo autoritario di Tito aveva tenuto a freno i molti conflitti etnici. Quando quel coperchio è stato sollevato, conflitti violenti, che credevamo non avremmo mai più rivisto in un'Europa libera, divamparono nuovamente
Cinque sono state le guerre combattute nel giro di pochi anni. Non dimenticheremo mai Srebrenica, dove 8.000 musulmani sono stati massacrati in un solo giorno.
Ora, però, l'UE sta cercando di gettare le basi per la pace anche nei Balcani. La Slovenia è entrata nell'UE nel 2004. La Croazia diventerà membro nel 2013. Il Montenegro ha avviato i negoziati di adesione, e la Serbia e l'ex Repubblica iugoslava di Macedonia hanno ottenuto lo status di candidato.
I Balcani sono stati e sono una regione complicata. Conflitti irrisolti rimangono. Basti ricordare che lo status del Kosovo non è ancora definitivamente risolto. La Bosnia-Erzegovina è uno stato che a malapena funziona a causa del veto che i tre gruppi di popolazione hanno diritto di esercitare uno contro l'altro.
La soluzione fondamentale è quella di estendere il processo di integrazione che è stato applicato nel resto d'Europa. I confini diventano il meno assoluto; a qualunque gruppo di popolazione si appartenga, ciò non determina alcuna sicurezza.
L'UE deve pertanto svolgere un ruolo principale anche qui: realizzare non solo un armistizio, ma la pace vera.
Per diversi decenni la Turchia e l'UE hanno discusso delle loro relazioni Dopo che il nuovo governo, guidato dal partito AKP, ha ottenuto una maggioranza parlamentare chiara, l'obiettivo di adesione all'Unione europea ha fornito una linea guida per il processo di riforma in Turchia. Non ci può essere alcun dubbio che ciò abbia contribuito a rafforzare lo sviluppo della democrazia. Di ciò ne beneficia l'Europa, ma il successo in questo senso è importante anche per gli sviluppi in Medio Oriente.
Il Comitato norvegese per il Nobel ha più volte presentato il premio per la pace a paladini dei diritti umani. Ora il premio sta per un'organizzazione di cui non si può diventare un membro senza prima aver adeguato la tutta la propria legislazione alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Ma i diritti umani in quanto tali non sono sufficienti. Possiamo vederlo in quei paesi che stanno subendo gravi disordini sociali a causa di politiche fuori luogo, dove la corruzione e l'evasione fiscale hanno portato via denaro versato in buchi neri.
Questo porta, comprensibilmente a delle proteste. Le manifestazioni sono parte della democrazia. Il compito della politica è quello di trasformare la protesta in azione politica concreta.
La via d'uscita alle difficoltà non è quello di smantellare le istituzioni europee.
Abbiamo bisogno di mantenere la solidarietà lungo le frontiere, come l'Unione fa cancellando i debiti e l'adozione di concrete misure di sostegno, e formulando il quadro del settore finanziario da cui tutti dipendiamo. Operatori inaffidabili devono essere rimossi. Queste sono condizioni necessarie perché i cittadini possano ancora credere nei compromessi e nella moderazione che l'Unione ora chiede loro.
Maestà, Altezze Reali, capi di governo e capi di stato, signore e signori, Onorevoli Presidenti dell'Unione europea,
Jean Monnet ha detto che "nulla può essere raggiunto senza il sostegno la gente, ma niente diventa permanente senza le istituzioni".
Noi non siamo qui riuniti oggi nella convinzione che l'Unione europea sia perfetto. Siamo riuniti nella convinzione che qui in Europa, dobbiamo risolvere i nostri problemi insieme. A tal fine abbiamo bisogno di istituzioni che possano realizzare i compromessi necessari. Abbiamo bisogno di istituzioni che garantiscano agli Stati-nazione e agli individui di esercitare l'autocontrollo e la moderazione. In un mondo di tanti pericoli, il compromesso, l'autocontrollo e la moderazione sono le principali esigenze del 21 ° secolo.
80 milioni di persone hanno dovuto pagare il prezzo per l'esercizio di estremismo.
Insieme dobbiamo fare in modo che non perdiamo quello che abbiamo costruito sulle rovine di due guerre mondiali.
Ciò che questo continente ha raggiunto è veramente fantastico, da essere un continente di guerra per diventare un continente di pace. In questo processo l'Unione europea si è mostrato molto lungimirante. Merita perciò il Premio Nobel per la Pace.
Gli affreschi sulle pareti qui nel Municipio di Oslo sono ispirate dagli affreschi di Ambrogio Lorenzetti del 1300 in nel municipio di Siena, denominata "Allegoria degli effetti del buon governo". L'affresco mostra una città medievale vivente, con i cancelli nel muro aperti a persone grintose che portano ciò che hanno raccolto nei campi. Ma Lorenzetti dipinse un altro quadro: "Allegoria degli effetti del cattivo governo". Essa mostra Siena nel caos, chiuso e devastato dalla peste, distrutta da una lotta per il potere e la guerra.
Le due immagini hanno lo scopo di ricordarci che spetta a noi stessi voler vivere in circostanze ben ordinate.
Possa il buon governo vincere in Europa. Siamo destinati a vivere insieme su questo continente.
Vivere insieme
Vivre ensemble
Zusammenleben
Convivenza Birlikte
Yasamak
Git'vemeste
Leve sammen
Congratulazioni per l'Europa. Alla fine abbiamo deciso di vivere insieme.
Possano altri continenti seguire.
Grazie per la vostra attenzione.
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